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P2P, due anni di carcere in Giappone mentre in Portogallo non è reato. E in Italia? PDF Stampa
Giovedì 04 Ottobre 2012 12:55

I due paesi hanno deciso di applicare due strategie completamente diverse riguardo al download di materiale coperto da diritto d'autore. In Italia però la legge è ancora poco chiara e quasi mai applicata agli utenti finali.

P2P, due anni di carcere in Giappone mentre in Portogallo non è reato. E in Italia?

Scaricare un file coperto da diritto d’autore può rivelarsi un’operazione molto pericolosa. Proprio ieri il governo di Tokyo ha emanato una delle leggi più restrittive al mondo in materia di copyright, con pene fino a due anni di carcere e un’ammenda di 25.000 euro per chi viene pizzicato a scaricare files illegali su internet.

Una risposta decisamente eccessiva e completamente in controtendenza rispetto a quella assunta dal Portogallo pochi giorni fa, dove la Procura Nazionale ha stabilito che il download di materiale coperto da diritto d’autore non è illegale (a condizione che non ci sia lucro) e che non è possibile identificare una persona precisa attraverso l’indirizzo ip.

Qual è la posizione dell’Italia in materia? La norma sul diritto d’autore nel nostro paese risale al 22 aprile 1941 (n.633) e fino al 2004 il download pirata non costituiva reato se non finalizzato a scopo di lucro. Con l’introduzione del Decreto Urbani viene sostituita nella sopracitata legge la locuzione “a fini di lucro” con “per trarne profitto” con l’intenzione di includere il p2p (che per sua natura rende i file condivisi accessibili a tutti gli utenti) tra le condotte sanzionabili dalla lettera a) comma 2 dell’articolo 171-ter che prevede il carcere da uno a quattro anni e multe da 2.500 a 15.000 euro per chi “riproduce, duplica, trasmette o diffonde abusivamente, vende o pone altrimenti in commercio, cede a qualsiasi titolo o importa abusivamente oltre cinquanta copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d’autore e da diritti connessi“.

Non essendo esplicitata l’immissione nelle reti telematiche però, l’interpretazione di tale legge appare comunque vaga e, tranne in casi isolati, non si registrano in genere procedimenti a carico degli utenti finali, nonostante la pratica sia molto diffusa.

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